
In realtà quello non era mai stato un posto molto sicuro; il mare poi lo era ancora di meno.
Vasto era il regno del sire Osrich; tante responsabilità comportava il fatto di essere re di quella vasta insenatura tanto armoniosa quanto piena di pericoli, e di sovraintendere ai pesci della zona e proteggerli. Sin dalla tenera età portava quella corona, che ormai cominciava a pesargli.
Come voleva la tradizione i suoi parenti, già da piccolo, lo avevano addestrato ad affrontare le insidie del mare e a governarlo a sua volta. Né una carezza, né un gioco: niente! Solo una vita precocemente controllata da rigidi schemi. "Sic fama est", "Cosò dice la tradizione", continuava a ripetergli il sovrano dei leoni marini, suo padre Seneso ormai defunto. E lui aveva accettato ed eseguiva il suo compito. Si era unito in matrimonio con Opalia, figlia del bue marino, e lei lo aveva sempre sostenuto in tutto il suo operato: difendere la popolazione del mare ostacolando l'attività dei pescatori, che avevano il sogno della sua cattura. Lui che tanto amava il suo mondo era odiato dagli uomini. Molti li aveva impauriti, altri feriti, alcuni addirittura uccisi, risultando sempre vincitore, anche se spesso ferito. Perö rimpiangeva una vita tranquilla e in parte odiava la sua corona. Aveva raggiunto il suo scopo, quello di cacciar via gli uomini dal suo regno. Ma ora era stanco. Dalla sua unione con Opalia era nato il piccolo Osric 2°, ed ora toccava a lui. Il re non avrebbe voluto assegnare al figlio un simile destino perché non voleva costringerlo ad una vita che in fondo manco lui aveva amato... Ma purtroppo doveva, poiché c'era un popolo che contava su di lui e sulla sua stirpe. Assillato da questo pensiero trascorse giornate di solitudine e di riflessione. Pesci, sirene, crostacei si chiedevano che cosa avesse mai il loro re. Il tempo stringeva; incombeva una decisione: lasciar vivere al figlio una vita secondo le proprie aspirazioni oppure assicurare ai sudditi la tranquillità. Decisione ardua.
Un giorno il re e la consorte accompagnarono il piccolo sù, nelle superfici del mare, nello stesso luogo dove Seneso, suo defunto padre, insieme con sua madre, gli imposero quel destino che lui poco amava.
Il piccolo guardava i genitori ammutoliti; Osrich guardava il mare, quel mare tanto amato, ma altrettanto odiato; guardava il suo piccolo con lo sguardo disperso nel nulla.
E qui, un velo di mistero è calato sulla leggenda. Alcuni storici sostengono che il re abbia seguito la tradizione, altri che vi si sia ribellato. Una cosa è certa: ancor oggi nessun pescatore osa passare in quell'insenatura ricca di vita; ogni tanto dalla stessa provengono grida di un leoncino di mare felice; ed inoltre le acque sono sempre quiete. L'autore di questa foto è uno dei pochi ad essersi avvicinato e ad essere riuscito a scattare questa fotografia simbolo della leggenda. Forse re Osrich è ancora là a far godere la gioventù a suo figlio, e, forse, abbandonato
l'astio nei confronti del suo ruolo, nonostante la vecchiaia, continua ad assicurare ai suoi sudditi la sicurezza del regno.
Ciö perö è tutto un mistero.

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