
A noi uomini del secondo millennio quei due massi granitici che emergono dall'acqua possono suscitare solo bizzarre fantasie cercando di accomunarli ora ad una ora ad un'altra figura. In realtà se potessero parlare racconterebbero una storia meravigliosa.
I fatti sono questi.
In una parte imprecisata di un'isola del Mediterraneo, quando la terra era poco popolata, vivevano confinanti e in armonia due tribù.
La prima aveva eretto le sue palafitte sulle spiagge di una penisola allungata in uno stupendo golfo, dove nelle limpide acque dai variegati colori smeraldo, si specchiavano i promontori rosastri che la cingevano, e in quei fondali ricchi di ogni genere trovava le risorse per sopravvivere.
Gli abitanti di Hara, cosò si chiamava quel sito, vi si erano installati quando un fortunale vi fece approdare i giunchi degli antenati. Essi riuscirono in meno di un secolo a renderlo popoloso e ameno.
Erano pescatori. Gente loquace e ospitale, qualità che mettevano in pratica soprattutto nella bella stagione quando giungeva in quei lidi un grosso barcone sospinto dal vento, che mercanti di terre lontane riuscivano a governare, portando le loro merci di scambio: ciotole, vasellame, tessuti, primordiali utensili, semplici monili bronzei, per avere dagl'indigeni i prodotti del mare e quei rametti rosso porpora tratti dai fondali.
Poiché gli Hara vivevano e venivano dall'acqua ne adoravano la sua divinità.
Per essa scavarono un pozzo rivestito in pietra, una scala a gradoni che si andava restringendo e scendeva fino a raggiungere la falda acquifera: era la loro fonte sacra.
L'altra tribù viveva nell'entroterra, in una fertile vallata alle propaggini di un ammasso montuoso, ricca di boschi, pascoli verdeggianti percorsi da ruscelli cristallini; habitat naturale per capre, mufloni e bufali, dove i frutti della terra nascevano quasi spontaneamente.
Non si conoscono le origini di queste genti, anche perché, il mondo agro pastorale è sempre rimasto chiuso in sé stesso. Curavano le greggi, l'orto; costruivano una nuova capanna solo quando un figlio prendeva moglie, possibilmente una giovane della famiglia confinante con il proprio stazzo.
I Rhuda, questo era il loro nome, adoravano la madre terra.
A lei dedicarono il conico torrione eretto con enormi pietre sovrapposte.
Gli Hara e i Rhuda venivano speso in contatto tra loro, scambiando i prodotti del mare con quelli della terra. Durante gli innumerevoli incontri si organizzavano dei pantagruelici spuntini, e in tali occasioni si aveva modo di conversare, approfondire vari argomenti, compresi quelli religiosi.
Si discuteva su quale fosse il dio più potente. Gli Hara sostenevano: "la vita viene dall'acqua; senza di essa nulla è possibile". A loro volta i Rhuda asserivano: "è nella terra che germoglia il seme e quindi la vita".
Tra una portata e l'altra (un porcetto, una spigola o una cernia), ci sta bene una ciotola di sidro, prodotto ottenuto dai Rhuda spremendo frutti locali.
Dopo una, due, tre ciotole di quel nettare, gli animi si surriscaldano. Chi mal sopporta il bere è sempre il più irascibile e litigioso, vuol far valere sempre la propria opinione anche se ha torto.
Cosò per le due tribù ebbe inizio una disputa che ben presto si trasformö in guerra fredda.
Le relazioni fra i due popoli furono vietate; i matrimoni misti annullati. Chi per amore aveva lasciato il proprio villaggio, per ordine dei capi, doveva tornarci; i figli di sesso maschile dovevano seguire i padri.
A guardia di queste prescrizioni fu eretta una torre su di una collinetta a metà strada tra i due villaggi, proprio dove il sentiero che li congiunge, arrivato al suo culmine, si biforca per la cala dei sassi.
Nei due villaggi vivevano Raiba, il pescatore, e Mica, la pastorella, figlia del capo tribù.
1 due giovani si erano incontrati fortuitamente quando Raiba un pomeriggio, contravvenendo al veto, era disceso dalla sua barca nel territorio avverso, attratto dai rigogliosi funghi che in quella stagione crescevano nelle campagne di Maranza.
Mentre era alla ricerca dei tuberi, improvvisamente si trovö dinnanzi la stupenda fanciulla, anch'essa sorpresa di quel casuale incontro.
Fu reazione comune scappare per opposte direzioni, ma entrambi passarono la notte insonne e l'indomani si riproposero di tornare nella località dell'incontro: c'era qualcosa che li attraeva vicendevolmente.
I due, vinta ogni remora ed escogitando ogni stratagemma per sfuggire ai controlli degli uomini di vedetta, si incontravano quotidianamente davanti ad una meravigliosa baia. Pareva la piscina dell'Olimpo.
Trascorrevano lunghe ore seduti uno accanto all'altra senza neanche proferir parola. Stavano bene insieme e ciö bastava.
L'amore perö, perché duri, ha bisogno di progetti futuri da perseguire insieme, se no è come la fiamma della candela: arde ma consuma.
Bisognava trovare un sistema per riappacificare i due popoli e che permettesse loro il matrimonio.
Era la bella stagione e nella darsena dei pescatori era giunto il barcone del capitano Elio, amico fraterno di Raiba. Saputi i patimenti d'amore e gli ostacoli che ne impedivano un esito felice, egli suggerò all'amico uno stratagemma che, se ben attuato, avrebbe ricomposto i dissidi tra le parti.
Qual era il progetto? Le due tribù avrebbero dovuto modellare nella roccia più dura i loro idoli; posizionarli al centro della baia dove Raiba e Mica s'incontravano, ed aspettare che fosse il tempo a fare la rivelazione di quale fosse il dio supremo; le parti si dovevano impegnare a riconoscere l'unica e superiore potenza del dio che più a lungo avrebbe resistito alla corrosione. In attesa di questa si impegnavano a riprendere la vita in comune.
Il progetto tramite i due giovani fu insinuato, ed accettato dalle opposte fazioni. Presi i dovuti accordi s'iniziö la ricerca della roccia più adatta. I due giovani, istruiti a dovere, ben sapevano che la qualità delle pietre doveva essere identica, ma all'insaputa del capo villaggio, fattisi assegnare la direzione dei lavori li iniziarono con l'intento comune.
I pescatori modellarono nella roccia granitica una cascata d'acqua che avvolgeva un viso femminile; i pastori, invece, una figura quasi femminile con ventre e seni prominenti ad indicare l'abbondanza.
Sorse un problema: il trasporto. Per quei tempi era quasi impossibile spostare gli enormi massi.
Ancora una volta gli uomini del barcone vennero in loro aiuto: modellarono nel legno strane forme tondeggianti unite con delle assi e sopra queste un piano sul quale adagiarono la dea dei pastori; al traino provvedettero i bufali. Per la dea dei pescatori la cosa fu più agevole: caricata su quel barcone, doppiato il capo della penisola, giunse a destinazione.
Una cerimonia solenne accompagnö le pietre in mezzo all'insenatura che da quel momento venne chiamata "la rada degli dei".
A suggello di quell'evento furono celebrate le nozze di Raiba e Mica.
Il tempo trascorreva inesorabilmente lento per chi era in attesa della rivelazione. Rispettando i patti le due tribù si integrarono sempre di più fino a diventare un unico popolo.
Ancora oggi quella baia sembra un luogo divino. Il vento ha ulteriormente modellato le pietre.
E' facile pensare che la competizione fu dimenticata anche perché sicuramente prevalse la nuova idea insinuata dal capitano Elio nelle sue sempre più frequenti visite: c'è un Dio superiore a tutto, che ha creato la terra, l'acqua e quelle due rocce che emergono dal mare.

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